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Il ritorno di Roberto Bettega alla guida della Iuventus, a me interista da sempre, è una scelta che piace, perché è sana e riporta il calcio a quella tradizione un po' sabauda che mostra gli angoli migliori, sia pur nello sport, della tradizione (troppo spesso svalutata) italiana. Quella cioè che premia la costanza, la fedeltà e il senso misurato di appartenenza. Premia inoltre specificatamente un uomo che
non ha protestato per dove e come è stato posto in pre-pensionamento (a riposo solo perché ha fatto parte della "famosa" triade bianconera che guido il calcio della società degli Agnelli da meta anni novanta alle soglie del mondiale 2006). Bettega è abituato a combattere il destino avverso. Da giocatore è nato nelle file bianconere e quando, con Allodi e Picchi si diede avvio alla fine degli anni sessanta, ad un nuovo corso della "vecchia sgnora", fu uno dei pilastri (con Causio, Spinosi, Marchetti, Furino e Ananstasi) su cui ripartire. Ma prima la prematura scomparsa del suo allenatore, Armando Picchi (suo strenuo difensore, rispetto alla stampa torinese che gli preferiva Inastasi) poi una malattia polmonare che lo fermò dopo 14 giornate e 10 gol nel campionato 1970, sembrarono arrestare per sempre la sua carriera sportiva. Si riprese in silenzio dopo un paio d'anni, quando gli scudetti della Juventus aveva in pancia i suoi gol e soprattutto quando divenne il capo indiscusso della squadra. In nazionale finita l'epoca dei messicani, Bettega è stato con Bellugi e Benetti tra quelli che con una epica partita contro la Polonia nell'ottobre 1975, misero le basi per il fantasioso mondiale argentino e per il fantastico mondiale spagnolo. A cui non partecipò perché sei mesi prima, in una partita di coppa europea si fece male e tanto in uno scontro con il portiere belga, Munaron. Nel frattempo "cabeza blanca" consì lo chiamarono i giornalisti argentini aveva collezionato una serie prestigiosa di vittorie con le maglie di club e azzurra. Galeazzi, indimenticato telecronista della Rai, coniò per lui il soprannome di "Garibaldi", mentre Brera parolò di lui, come di un giocatore al di sopra della media, per qualità intellettive. Era tutt'uno come giocate e come uomo Fiat. Fu il primo calciatore a condurre una trasmissione televisiva dedicata solo allo sport e fu il primo a ribellarsi alle ipocrite regole dello star system, quando nel 1993 abbandono la domenica sportiva, che incitava gli ospiti a dire male della sua Juventus. Nel 1982, quando capì che poteva essere scaricato dalla sua società dopo essere stato trasferito da punta vera a tornante, a soli 32 anni, decise con un anno di anticipo di dire basta al calcio italiano, andando a svernare l'ultimo anno di attività nei Toronto Blizzard. Mai però una polemica, un attesa non frenata, una parola fuori posto e soprattutto un solo segnale che non convivesse le scelte della Juventus. Attese 10 anni per assumere quel ruolo che tutti sapevano che sarebbe stato suo, quello di vice-presidente della Juventus. Accettò di collaborare anche con Moggi e Giraudo, il tutto per il bene della sua amata squadra. Non disse nulla neanche quando nel 2006, venne fuori frasi intercettate contro di lui. Un esempio di stile sportivo che va segnalato e che sicuramente e da portare in copertina. Forza Bottega, da vero avversario interista. |